LA STORIA DEL CINEMA IN 5 FILM

 

1) L’uscita Dalle Fabbriche Lumière

Inquadratura fissa, frontale. Il cancello di ferro della Societé anonyme des Plaques et Papiers Photographiques A. Lumière et ses Fils, a Montplaisir, sobborgo industriale di Lione, è aperto: è l’ora dell’intervallo meridiano, la cinepresa è disposta a una decina di metri di distanza. Escono operai e impiegati (uomini, donne, ragazzi) e sfilano a sinistra, qualcuno inforca una bicicletta, c’è un cane che saltella, il portiere chiude il battente di sinistra del cancello.

Durata: meno di un minuto.

È considerato il primo film della storia del cinema, o meglio del cinématographe, apparecchio che registrava e insieme poteva proiettare immagini in movimento progettato dai fratelli Lumière. Fu proiettato in pubblico per la prima volta a Parigi il 28 Dicembre 1895. Significativamente è questa la data con cui si indica la nascita del cinema.

 

 

 

 

2) Viaggio nella Luna

Con questo gradevole cortometraggio di fantascienza della sola durata di un quarto d’ora, George Meliès sembra voler proseguire meticolosamente nell’ambizioso intento di trasferire sullo schermo la maggior parte delle sue singolari performance teatrali. Considerato il primo film di fantascienza della storia del cinema Viaggio nella Luna (1902) racconta le vicissitudini del primo sbarco dell’uomo sul satellite.

La trama si mostra piuttosto essenziale e sviluppata in diciassette scene a inquadratura fissa, allora dette “quadri”: un gruppo di scienziati decide di tentare l’allunaggio e costruisce una navicella atta a tale scopo. La partenza riesce e i luminari si ritrovano sul satellite a confrontarsi con la popolazione che ivi vive, i Seleniti. Dopo uno scontro con questi ultimi, il gruppo fugge e ritorna sulla Terra. Una statua viene edificata per celebrare l’impresa e nel giubilo generale si conclude la storia.

 

 

 

 

3) Il Monello

Primo lungometraggio di Chaplin. Film muto interpretato, diretto e prodotto da Charlie Chaplin; fu proiettato la prima volta il 21 Gennaio 1921 a New York.

Charlot, straccione vagabondo durante la sua passeggiata mattutina trova un bambino in fasce abbandonato. Charlot non sa che fare, cerca di disfarsi del neonato, ma alla fine prevale in lui il buon cuore e tiene con sé il bambino. Qualche anno dopo Charlot e il monello collaborano: il ragazzetto rompe i vetri delle finestre e Charlot che fa il vetraio li sostituisce. Un giorno il bimbo s’ammala e il medico segnala il caso ai dirigenti dell’orfanotrofio, i quali vorrebbero togliere il ragazzino al padre adottivo. Charlot gioca d’astuzia e il monello rimane con lui, nascosto in un asilo notturno. Nel frattempo anche la madre del bimbo è divenuta una celebre cantante e cerca disperatamente il figlio con il quale alla fine del film si ricongiungerà.

Il genio di Charlie Chaplin è il personaggio più celebre del cinema di tutti i tempi, il più divertente e anche il più malinconico. L’uomo che è diventato il maestro per tante generazioni di comici e poi quasi un simbolo del cinema stesso. Il primo attore a comparire sulla copertina del Times, nel luglio del 1925, e anche il primo a guadagnare cifre astronomiche, un milione di dollari nel 1918. Un artista che ha reso ‘un incalcolabile contributo alla trasformazione del cinema nell’arte del nostro secolo’, come recita la motivazione dell’Oscar alla carriera, assegnatogli nel 1972.

 

 

 

 

4) Roma città aperta

Emozionante film che diede il la al cosiddetto “neorealismo” aprendo le porte ad una nuova era per il cinema. E’ un film diretto da Roberto Rossellini di genere drammatico, prodotto in Italia nell’anno 1945. Nella Roma del 1943-44, occupata dai nazifascisti, la lotta, le sofferenze, i sacrifici della gente sono raccontati attraverso le vicende di una popolana, di un sacerdote e di un ingegnere comunista.

Siamo  nel 1945, la guerra è appena finita, quando Rossellini, con pellicole scadute ed un set di fortuna, gira questo capolavoro del neorealismo italiano. E’ il momento storico a spingere Rossellini a superare le numerose difficoltà contingenti per mettere insieme un’opera che è divenuta immortale negli anni, sebbene all’inizio sia stata accolta freddamente in Italia, per le “troppe concessioni” al melodramma popolare. Eppure già nel 1946, a Cannes, Roma città aperta vince la Palma d’Oro, suscitando ammirazione nella critica, che sente di trovarsi di fronte ad un capolavoro epocale. Nastri d’argento per il miglior film e ad Anna Magnani. Grande successo internazionale, molti premi all’estero e una nomination all’Oscar della sceneggiatura firmata da Rossellini, Sergio Amidei e Federico Fellini.

Otto Preminger afferma: “La storia del cinema si divide in due ere, una prima ed una dopo Roma città aperta“.

La povertà dei mezzi viene scavalcata dalla genialità di alcuni degli episodi che sono rimasti celebri nella storia del cinema, come la corsa di Pina verso il camion nel quale si trova Francesco, il suo uomo.

 

 

 

5) Avatar

 

Questo film segna sicuramente una svolta nel mondo del cinema. il film rappresenta una delle più importanti rivoluzioni cinematografiche. Lo sforzo  di James Cameron è stato primariamente tecnologico. La voglia di affermare e dimostrare la supremazia indiscussa dell’immagine, e la capacità di plasmarla in e su dimensioni quasi inedite grazie alla stereoscopia, hanno portato ad un risultato che innegabilmente stabilisce un nuovo standard concettuale riguardo quella che è l’esperienza della visione. In Avatar, pensato 15 anni fa, la recente lezione della guerra in Iraq lascia le sue tracce profonde. Forte è  anche il discorso ecologico che sottende tutto il film, con la sua visione di un’energia  da rispettare e  la facile etichettatura di nemici applicabile a coloro che posseggono le fonti energetiche.

Jake Sully è un marine costretto su una sedia a rotelle che accetta di trasferirsi sul pianeta Pandora (distante 44 anni luce dalla Terra) in sostituzione del fratello morto. Costui era uno scienziato la cui missione era quella di esplorare il pianeta mediante un avatar. Essendo l’atmosfera del pianeta tossica per gli umani sono stati creati degli esseri simili in tutto e per tutto ai nativi che possono essere ‘guidati’ dall’umano che si trova al sicuro dentro la base. Pandora però non è solo un luogo da studiare. Questi avatar sono degli ibridi geneticamente sviluppati dal DNA umano unito al DNA dei nativi di Pandora… i Na’vi. Rinato nel suo corpo di Avatar, Jake può camminare nuovamente. Gli viene affidata la missione di infiltrarsi tra i Na’vi che sono diventati l’ostacolo maggiore per l’estrazione di un prezioso minerale. Ma una bellissima donna Na’vi, Neytiri, salva la vita a Jake, e questo cambia tutto.

 

 

 

 

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La tecnologia 3D invade il cinema

 

 

 

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Nonostante il vero e proprio trionfo del 3D sia arrivato con l’uscita nelle sale cinematografiche di Avatar nel 2009, i primi film 3D hanno raggiunto il cinema di tutto il mondo già negli anni ’20. Nel 1922 a Los Angeles, viene presentato il primo film 3D anaglifico a pagamento, The Power of Love, la cui unica copia, però, è andata perduta. Il film è stato infatti ripreso con doppia cinepresa e veniva proiettato con doppio proiettore.

La tecnica con il corso degli anni si è evoluta parecchio poiché si è evoluta anche la tecnologia.
La resa dei colori e la fluidità delle immagini oggi possibili non sono paragonabili a quelle di pochi anni fa. Per realizzare l’immagine in tre dimensioni occorre riprendere le scene con doppio obiettivo e nel caso particolare della pellicola si hanno due rulli che corrono parallelamente e che riprendono al contempo due visioni della stessa immagine distanziate tra loro di circa 6 centimetri, ovvero della distanza media tra le pupille di un individuo.
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In fase di riproduzione invece queste due immagini vengono inviate allo schermo in una successione rapidissima, e grazie a degli speciali occhiali vengono inviate ognuna a ciascun occhio. L’occhio destro riceve così l’immagine ripresa dalla telecamera (o dall’obiettivo) di destra, mentre il sinistro riceve l’immagine registrata dalla telecamera di sinistra. La velocità dell’evento fa sì che il cervello umano visualizzi il tutto come unica immagine e che effettui il consueto lavoro di elaborazione delle due visioni separate ricreando l’immagine 3D anche se effettivamente stiamo fissando un’immagine bidimensionale.

Il 3D oggi non si limita però al solo ambito cinematografico, diverse aziende (Sony in primis) stanno investendo moltissimo per portare la terza dimensione anche nelle case dei singoli utenti grazie a speciali TV, apparecchi televisivi in grado di produrre flussi video con 120 fotogrammi al secondo (60 per ogni occhio) e occhiali LCD pilotati da segnale wireless.

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Gli anni ’80

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Il cinema anni ’70 e ’80 cercò di differenziarsi soprattutto con dimostrazioni di virtuosismo tecnico. Con l’avvento del digitale negli anni ’80-’90 gli effetti speciali hanno assunto  un’importanza inedita e in certi casi sono apparsi determinanti ai fini dell’efficacia della narrazione.

Guerre Stellari (1977) di George Lucas è il punto di partenza di questa breve storia degli effetti speciali digitali applicati al cinema.

Tuttavia, figura di enorme rilievo di questi anni è quella del regista e produttore Steven Spielberg che dimostrò il suo talento  affrontando la curiosità per la vita extraterrestre che si manifestò con la produzione di Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977) ed E.T-L’extraterrestre (1982). Distribuito dalla Universal Pictures, E.T. divenne un successo al botteghino, sorpassando, all’epoca, Guerre stellari come film che ha incassato di più nella storia del cinema. Mentre con il kolossal preistorico – tecnologico Jurassic Park (1993) basato sull’omonimo libro scritto da
Michael Crichton,
capostipite di una serie di film e altri media tra i quali i seguiti Il mondo perduto – Jurassic Park (1997) e Jurassic Park III (2001) si entra nel vivo dell’avventura.

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Fu in questi anni che esplose anche il cinema d’intrattenimento ispirato dai fumetti come Superman (1978) diretto da Richard Donner il cui soggetto è tratto dall’omonimo personaggio dei fumetti della DC Comics ideato da Jerry Siegel e Joe Shuster e Batman (1989) distribuito dopo quattro anni di sviluppo e produzione da parte di Tim Burton.

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La Dolce Vita

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La Dolce Vita è uno dei film più famosi della storia del cinema. Il film ci offre un veritiero ritratto dell’Italia degli anni ‘60. Dietro al genere di vita così fantasmagorico e spettacolare dei protagonisti si celano le aspirazioni, i dubbi, le paure e le speranze di una nuova generazione. Questo spiega il successo del film con i giovani e l’opposizione degli ambienti

puritani alla sua uscita. La Chiesa prese addirittura posizione contro il film, proibendone la visone ai cattolici, pena la scomunica.

Dopo lo scandalo ecclesiastico e politico, un successo mondiale. Lanciò, anche a livello internazionale, il termine “paparazzo”. Palma d’oro a Cannes e Oscar ai costumi.  Tre Nastri d’argento 1961 al soggetto originale, Marcello Mastroianni.

 


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Il film si sviluppa di episodio in episodio (ce ne sono circa una dozzina, più o meno compiuti ed elaborati) sull’ esile traccia di una lunga peregrinazione per Roma, diurna e notturna, compiuta da Marcello Rubini (Marcello Mastroianni), un giornalista-scrittore in crisi morale e spirituale, seguito da un fedele fotografo, Paparazzo. Marcello ha un’avventura con Maddalena, la figlia di un ricco industriale, poi ne tenta un’altra con Sylvia, la famosa attrice straniera giunta a Roma, ma intanto convive con Emma, che ha i nervi a pezzi e minaccia di suicidarsi. La sua vita romana che il padre, arrivato a Roma per un breve soggiorno, intravede e non comprende,  si svolge in un salotto letterario o  in un palazzo aristocratico, in un night-club o in casa di amici, e non mancano gli episodi straordinari , come il “miracolo” fuori Roma o la vicenda di Steiner, il mite intellettuale angosciato dal futuro che fa strage dei suoi adorati bambini per poi suicidarsi.

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Il cinema del dopoguerra

IL NEOREALISMO

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La guerra e il regime fascista avevano posto grossi limiti materiali e ideologici alla produzione cinematografica italiana: gran parte degli studi erano distrutti e non si potevano girare scene ricostruite, mancavano fondi per realizzare film così come si faceva negli anni precedenti la guerra; d’altra parte mancavano persino gli attori: non si potevano impiegare gli attori usati dal cinema fascista che impersonavano eroi di propaganda. I giovani registi usciti dalla guerra partecipavano al movimento di rinnovamento della società italiana di quegli anni. Nasce il Neorealismo italiano.

Nonostante le differenze tra gli stili peculiari di ogni autore, è possibile individuare alcuni elementi comuni, che contribuiscono a definire un nuovo modo di fare cinema lontano dagli studi e dalle modalità di rappresentazione dominanti, girato per le strade e in ambienti reali, senza l’uso di attori professionisti, con l’idea di riuscire a rappresentare la realtà senza manipolarla. Un nuovo modo che ebbe soprattutto il merito di saper descrivere con grande autenticità il disperato paesaggio sociale, della tragica realtà italiana che usciva dal fascismo, viveva l’esperienza dell’occupazione tedesca e iniziava fra mille contraddizioni la propria ricostruzione.
Il film simbolo della rinascita cinematografica italiana è indubbiamente Roma città aperta di Roberto Rossellini, girato per le strade di Roma, durante gli ultimi giorni dell’occupazione tedesca. A Roma città aperta fece seguito una fioritura che , nel giro di pochi anni, produsse alcuni tra i più grandi capolavori del cinema italiano del dopoguerra: Ladri di biciclette di Vittorio De Sica, Paisà, di Rossellini, Riso amaro di Giuseppe De Santis.

 

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Primo film a colori in Italia

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Totò a colori, che una consolidata tradizione considera come il primo lungometraggio a colori del cinema italiano, entrò  in lavorazione alla fine del 1951 e uscì nell’ Aprile del 1952. Il film costituisce un assemblaggio di una serie di sketch e soprattutto delle sue esibizioni marionettistiche più geniali: il vagone letto, la marcia dei bersaglieri, il Pinocchio e il direttore d’Orchestra fuoco d’artificio. Viene prodotto da Ponti – De Laurentis in accordo con la Ferraniacolor negli stabilimenti di Ferrania a Cairo Montenotte, vicino Savona. Il film ebbe un grandissimo successo ma la critica non diede giudizi positivi.

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L’avvento del sonoro

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Fino alla fine degli anni Venti i film erano muti, ovvero sulle pellicole non erano presenti tracce di bande sonore. Tendenzialmente lo spettacolo cinematografico era comunque accompagnato da musiche dal vivo. Grazie alle sperimentazioni adoperate dalla Warner, negli Stati Uniti si arriva rapidamente ad una fase decisiva della storia del cinema, ovvero l’avvento del sonoro. La Warner vinse un Oscar per una menzione speciale: “aver prodotto The Jazz Singer, il pionieristico ed eccezionale primo film sonoro, che ha rivoluzionato l’industria cinematografica“.

Il primo film del cinema sonoro è universalmente riconosciuto essere “Il cantate di jazz” (1927)  di Alan CroslandJakie (Al Jolson), un giovane cantore ebreo rinuncia a seguire le orme del padre per diventare una star del jazz con il viso dipinto di nero. Jakie riesce ad ottenere parti sempre più importanti fino alla consacrazione a Broadway.

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In questo film, ancora dotato di didascalie e di pantomime, in alcune sequenze il cantante Al Jolson canta e pronuncia anche qualche parola. La frase più celebre è senz’altro: “Aspettate un momento, aspettate un momento, non avete ancora sentito niente” prima frase pronunciata da Jolson. In realtà il sonoro si limita alle canzoni e ad alcuni brevi scambi di battute, ma è innegabile la svolta epocale che questa piccola rivoluzione aveva portato. La maggior parte del film risulta invece un normalissimo muto con tanto di didascalie.

 

 

 

 

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Il primo film a colori

images (2)Tratto dal romanzo del 1848  “La fiera delle vanità” di William Makepeace Thackeray Becky Sharp ha un posto molto importante nella storia del cinema in quanto è il primo film in technicolor tricromatico. Il film fu girato con una cinepresa che aveva all’interno tre diverse pellicole, ognuna per uno dei tre colori primari. Solo dopo il trattamento in laboratorio, le pellicole venivano poi ricongiunte su un film unico.

La pellicola, distribuita dalla RKO Radio Pictures, uscì nella sale americane nel 1935 destando grande curiosità e meraviglia. Il film non fu particolarmente amato dalla critica che non vi riscontrò una sufficiente aderenza al lavoro letterario originale.

LA TRAMA

Una fanciulla (Miriam Hopkins), allevata per carità in un collegio aristocratico, viene accolta in casa di una  compagna. Poichè tenta di farsi sposare dal fratello di costei viene allontanata. Assunta come governante presso una nobile famiglia, riesce a innamorare il figlio primogenito di cui dilapida il patrimonio e a divenire clandestinamente la moglie. Quando il marito sta per essere perduto, poiché non ha i mezzi per saldare un grosso debito di gioco, la donna tenta con le proprie grazie di tacitare il creditore. Sorpresa dal marito, viene da lui abbandonata. Discende allora fino agli ultimi gradini della miseria materiale e morale; finisce per estorcere del denaro al proprio cognato e fuggire con la sua vecchia fiamma, fratello della sua antica compagna di collegio.

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Il cinema muto

 

Il periodo del cinema muto  è una fase della storia del cinema che va grossomodo dal 1919 al 1929 e termina con il rinnovamento dovuto all’introduzione del cinema sonoro. Protagonista indiscusso di questo periodo fu Charlie Chaplin. Il cinema fu un settore al quale approdò nel 1914 grazie a Mack Sennett che lo scritturò per la Keystone, sua casa di produzione.

images (1)Per le sue brevi comiche, Chaplin interpretò un vagabondo  povero ma battagliero, adorato dal pubblico e dai critici chiamato  Charlot, caratterizzato a livello visivo da baffetti neri, bombetta, giacchetta stretta e corta, pantaloni larghi e sformati e bastoncino di bambù.

Nelle sue avventure Charlot vendicava i deboli e gli oppressi, e pur essendo a sua volta un vittima indifesa, riusciva sempre a vincere, secondo un modello narrativo molto antico.

Charlie Chaplin fu un personaggio estremamente versatile, capace di ricoprire tutti i ruoli maggiori all’interno di una produzione cinematografica. Attore, sceneggiatore ma anche regista diventò a breve anche produttore: fondando nel 1919 la United Artists insieme ad alcuni colleghi (fra cui Mary PickfordDouglas Fairbanks e David Wark Griffith ), Chaplin decise di essere artisticamente indipendente.

Tra le sue opere più famose non si può non nominare Il Monello che, proiettato images (3)per la prima volta nel 1921, consacrò Charlie Chaplin nell’olimpo degli dei del cinema. Non si può poi nominare Luci della città con il quale Chaplin si affacciò per la prima volta al sonoro, pur non abbandonando la pantomima che aveva da sempre caratterizzato i suo lavori.

Del 1940 è invece  un altro capolavoro, questa volta realizzato in modo completamente sonoro. Parliamo de Il Grande Dittatore, proiettato per la prima volta nel 1940 e chiaramente ispirato al personaggio di Hitler, fu il grande addio a Charlot.

Nel 1947,viene  trascinato di fronte alla Commissione per le attività antiamericane, venne accusato di comunismo per l’ispirazione sociale di molti suoi film comici e dei suoi melodrammi, un’accusa che nel 1952 gli costò l’annullamento del permesso di rientro negli Stati Uniti.

Vi farà ritorno solo nel 1972 per ritirare l’Oscar assegnatogli «per l’incalcolabile contributo dato alla trasformazione del cinema nell’arte del nostro secolo». Nel 1975 viene insignito dalla regina del titolo di Baronetto della corona. La notte di Natale del 1977 si spegne serenamente nel sonno.

Artista ineguagliabile e «autore» nel senso più pieno del termine, mimo impareggiabile dalla pungente grazia rappresentativa e dalla comicità arguta e trascinante,  incarna nelle sue opere valori e sentimenti senza tempo come la dignità e l’orgoglio dell’individuo e la solidarietà sociale che spinge i suoi personaggi a correre costantemente in aiuto del prossimo.

 

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Il cinema diventa illusione: George Méliès

200px-George_MeliesConsiderato oggi, il creatore del cinema francese e, addirittura del cinema mondiale, George Méliès nacque a Parigi l’8 dicembre 1861.

Dapprima si dedicò al teatro d’illusione, eseguendo repliche degli spettacoli del celebre prestigiatore e illusionista Robert Houdin. In questi spettacoli iniziò a sperimentare diversi trucchi e illusioni, come quello, ad esempio, di proiettare delle lanterne magiche sul palcoscenico.Dopo aver assistito, il 28 dicembre 1895, alla prima di queste rappresentazioni pubbliche, a Gennaio Méliès chiede ai Lumière di vendergli il suo apparecchio cinematografico. Il prestigiatore ne aveva subito compreso le potenzialità tecnico-espressive e pensava di impiegarlo  per ottenere degli effetti illusionistici più spettacolari di quelli che già usava nel suo teatro. Di fronte al rifiuto dei Lumière nel 1896 costruisce un proprio apparecchio con il nome di Cinetografo.

Inizia a realizzare degli spettacoli di fotografie animate utilizzando trucchi come il fermo macchina utilizzato per far scomparire o riapparire oggetti (arresto della ripresa, sostituzione di uno o più elementi della scena, nuovo avvio della ripresa).

Il film che, più di tutti, ha creato la fama di Méliès è Viaggio nella Luna. Si tratta del primo film di finzione che riesce ad avere un successo mondiale. Il film, girato nel 1902 a 16 fotogrammi al secondo, è muto, in bianco e nero. Una delle scene iniziali del film, la navicella spaziale che si schianta sull’occhio della Luna (che presenta un volto umano), è entrata nell’immaginario collettivo ed è una delle sequenze che hanno fatto la storia del cinema.

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A causa della crisi in cui si trova il paese, nel 1912 Méliès interromperà la sua attività cinematografica e ormai in miseria, si riduce a vendere giocattoli e caramelle in un negozietto di proprietà della moglie alla stazione  Montparnasse di Parigi.

Muore il 21 gennaio 1938 in condizioni di grave indigenza.

 

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